La pillola rossa del concerto:
cosa Matrix ci insegna sulla gestione (aziendale) dell'attenzione
Tra cellulari alzati, notifiche infinite
e la vecchia illusione di poter documentare la realtà invece di viverla.
Quest'estate, tra un concerto e l'altro, ho fatto una scoperta che definire scomoda è poco: il vero disturbo visivo non sono più le teste di chi sta davanti a te. Sono le decine, a volte centinaia, di schermi accesi che si alzano appena parte la prima nota, trasformando la platea in un campo di piccoli rettangoli luminosi puntati verso il palco. Ognuno di questi schermi promette la stessa cosa: questo momento non lo perderai mai più. Ognuno di questi schermi, come vedremo, mantiene quella promessa molto meno di quanto pensiamo.
C'è un film che, più di ogni altro, ha reso popolare l'idea di dover scegliere tra due realtà: quella comoda e illusoria, e quella scomoda e vera. Matrix, 1999, Wachowski, e la scelta tra la pillola blu, che ti fa restare esattamente dove sei, e la pillola rossa, che ti mostra quanto è profonda la tana del coniglio.
Il punto di questo articolo non è il cellulare al concerto. È che oggi quella scelta, blu o rossa, comoda o vera, la facciamo decine di volte al giorno, senza che nessun Morpheus ce la offra formalmente: la facciamo ogni volta che alziamo il telefono invece dello sguardo, e la facciamo, con conseguenze via via più costose, ogni volta che un'azienda decide cosa mettere davvero a verbale nella gestione della sicurezza e cosa invece preferisce non vedere.
Il deserto del reale, in prima fila
Partiamo dal concerto, perché è l'esperienza più immediata. Il ragionamento che ci facciamo tutti, più o meno consapevolmente, è semplice: se filmo, non perdo nulla. Il telefono ricorda al posto mio, io posso permettermi di distrarmi un attimo, tanto c'è la prova. Uno degli studi più citati di psicologia cognitiva sull'argomento dice l'esatto contrario.
Nel 2013 la psicologa Linda Henkel, della Fairfield University, ha pubblicato su Psychological Science una ricerca diventata un classico: durante una visita guidata a un museo, i partecipanti a cui veniva chiesto di fotografare alcuni oggetti ricordavano, il giorno dopo, meno dettagli e meno collocazioni di quegli oggetti rispetto ai partecipanti a cui era stato chiesto semplicemente di osservarli. Henkel ha chiamato il fenomeno "photo-taking impairment effect": quando deleghiamo alla tecnologia il compito di ricordare, prestiamo meno attenzione reale a ciò che accade davanti a noi.
C'è però un dettaglio dello stesso studio che raramente viene citato, ed è il cuore di questo articolo: quando ai partecipanti veniva chiesto di fotografare un dettaglio specifico di un oggetto, zoomando, la memoria non solo non peggiorava, ma restava intatta anche per le parti dell'oggetto che non erano state inquadrate. La differenza non è tra filmare e non filmare. È tra guardare passivamente attraverso uno schermo che scorre da solo, e scegliere attivamente cosa mettere a fuoco.
◆ Morpheus, probabilmente, direbbe
Non ti sto offrendo di spegnere il telefono. Ti sto offrendo di scegliere, ogni volta, se stai guardando la realtà o la sua rappresentazione su un pannello da sei pollici, e di ricordarti che solo la prima, di solito, produce ricordi.
Non è nostalgia per un'epoca senza smartphone, che tra l'altro non è mai esistita nella forma romantica in cui la ricordiamo. È un dato: la promessa di immortalare il momento produce, in una parte misurabile dei casi, l'effetto opposto. Portiamo a casa un video che probabilmente non riguarderemo mai, e un ricordo più povero dell'esperienza che quel video avrebbe dovuto sostituire.
Il codice che scorre anche in ufficio
Se il concerto fosse un caso isolato, sarebbe un aneddoto estivo. Non lo è. Lo stesso meccanismo, in forma cronica e molto meno festosa, governa buona parte delle giornate lavorative di chi legge questo articolo.
Nel 1998 Linda Stone, all'epoca dirigente tra Apple e Microsoft, ha coniato un'espressione che oggi descrive con precisione chirurgica la maggior parte delle scrivanie occidentali: "continuous partial attention", attenzione parziale continua. A differenza del multitasking classico, motivato dal desiderio di essere più produttivi, l'attenzione parziale continua nasce dal bisogno di non perdersi nulla: restare, per usare le sue parole, "un nodo vivo della rete". Il risultato documentato è un aumento dello stress percepito e una riduzione della capacità di concentrazione profonda, di riflessione e di decisione ponderata.
In Matrix, il codice verde che scorre sugli schermi è la realtà sotto la realtà: la maggior parte dei personaggi non lo vede mai direttamente, eppure è quel codice a determinare tutto ciò che vivono. Le email, le chat aziendali, i calendari che si sovrappongono, gli aggiornamenti di stato, sono il nostro codice che scorre di continuo. Non lo guardiamo direttamente riga per riga, ma è quel flusso ininterrotto a determinare, di fatto, quanto lavoro profondo riusciamo davvero a fare in una giornata.
◆ Lo schema degli Agenti
Chi lavora a stretto contatto con le notifiche riconoscerà lo schema tipico degli Agenti in Matrix: ne gestisci uno, ne compaiono altri due. Rispondi a un messaggio e ne arrivano tre in risposta. Non è una metafora forzata: è, quasi letteralmente, la dinamica con cui l'attenzione parziale continua si autoalimenta.
Qui il paragone con Matrix smette di essere un vezzo letterario e diventa un problema organizzativo, perché quello che per un dipendente è semplice fastidio, per un sistema di gestione della salute e sicurezza è, o dovrebbe essere, un pericolo da identificare.
Il pericolo che non mettiamo a verbale
Qui bisogna essere precisi, perché è la parte dell'articolo in cui l'ironia lascia spazio alla norma.
La ISO 45001:2018, al punto 6.1.2.1, richiede alle organizzazioni di stabilire un processo di identificazione continua e proattiva dei pericoli che tenga conto, esplicitamente, di fattori fisici, chimici, biologici, ergonomici e psicosociali. Non è una novità dell'ultima revisione: è un requisito esplicito già dal 2018, che ha ampliato in modo netto quanto previsto dalla precedente OHSAS 18001. Nel giugno 2021 è arrivata la ISO 45003, sviluppata dal comitato tecnico ISO/TC 283, con linee guida specifiche per la gestione del rischio psicosociale all'interno di un sistema basato su ISO 45001: la norma definisce il rischio psicosociale come combinazione tra la probabilità di esposizione a pericoli di natura psicosociale legati al lavoro e la gravità delle conseguenze sulla salute che ne possono derivare.
In Italia, il D.Lgs. 81/2008, all'art. 28, impone al datore di lavoro di valutare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, inclusi esplicitamente quelli collegati allo stress lavoro-correlato, all'interno del Documento di Valutazione dei Rischi. La cornice normativa, quindi, non manca. Manca, nella maggior parte dei casi incontrati in oltre 25 anni di consulenza, la traduzione pratica: quante aziende includono nel proprio DVR una valutazione esplicita del carico da interruzione digitale, della frammentazione dell'attenzione indotta da strumenti di lavoro mal governati, del volume di notifiche che un ruolo riceve in una giornata tipo?
Il dato che dovrebbe far riflettere chi ancora considera i rischi psicosociali una voce residuale del DVR è questo: secondo un rapporto pubblicato nell'aprile 2025 dall'European Trade Union Institute (ETUI), basato su dati del 2015 relativi ai 28 Paesi dell'Unione Europea, ogni anno oltre 10.000 lavoratori muoiono per malattie cardiovascolari e depressione riconducibili a fattori di rischio psicosociale legati al lavoro, un numero che lo stesso studio definisce superiore a quello degli incidenti fisici sul lavoro. Non stiamo parlando, quindi, di un fastidio da ufficio open space. Stiamo parlando della categoria di rischio che l'impianto normativo, dalla ISO 45001 al D.Lgs. 81/2008, chiede da anni di trattare con lo stesso rigore riservato a un pericolo ergonomico o chimico, e che nella pratica finisce troppo spesso in una riga generica del documento di valutazione.
ISO 45001:2018, punto 6.1.2.1
Identificazione continua e proattiva dei pericoli, incluse le fonti di rischio fisiche, chimiche, biologiche, ergonomiche e psicosociali.
ISO 45003:2021 (ISO/TC 283)
Linee guida per la gestione del rischio psicosociale all'interno di un sistema di gestione SSL basato su ISO 45001.
D.Lgs. 81/2008, art. 28, comma 1
Obbligo di valutazione di tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, inclusi quelli collegati allo stress lavoro-correlato.
La pillola blu, in questo contesto, ha una forma molto specifica: è il DVR compilato per adempimento formale, che fotografa (parola scelta apposta) i rischi facili da misurare e lascia fuori dall'inquadratura quelli scomodi da quantificare. Documentare la sicurezza senza gestirla davvero non è troppo diverso dal filmare un concerto senza viverlo: produce un archivio, non un risultato.
La pillola rossa (quella vera)
Non è realistico, e non lo consiglio, chiedere a nessuno di spegnere il telefono per sempre o di eliminare le notifiche aziendali in blocco. Sarebbe una pillola rossa di facciata: tanto scenografica quanto inapplicabile, e in fondo un'altra forma di illusione, vestita da ribellione. La lezione più utile, tornando allo studio di Henkel, non è smetti di fotografare: è fotografa con lo zoom, non con l'inquadratura larga e passiva.
Applicato alle persone, in concerto o in ufficio, significa scegliere attivamente cosa merita attenzione piena, invece di lasciare che l'attenzione si distribuisca automaticamente su tutto ciò che lampeggia. Si tratta di una competenza, non di un tratto caratteriale: si allena, si perde per disuso e, soprattutto, si può progettare a livello organizzativo invece di lasciarla alla forza di volontà del singolo lavoratore, che è esattamente il punto in cui molte policy aziendali falliscono. Applicato alle organizzazioni, significa alcune cose molto concrete:
- Includere esplicitamente il carico da interruzione digitale tra i fattori psicosociali valutati nel DVR, come richiesto in sostanza dall'art. 28 del D.Lgs. 81/2008 e dalle linee guida ISO 45003.
- Definire finestre di lavoro protette, in cui le notifiche non urgenti restano in coda, per i ruoli che richiedono concentrazione prolungata.
- Distinguere, nelle policy aziendali, tra urgenza reale e urgenza percepita: non tutte le notifiche meritano una risposta da "nodo vivo della rete".
- Misurare, non presumere: un'analisi del volume di interruzioni per ruolo dice più cose sul rischio psicosociale reale di qualsiasi checklist compilata a memoria.
- Far coincidere la leadership con il comportamento richiesto: un dirigente che risponde alle email a mezzanotte comunica uno standard, qualunque cosa dica la policy scritta.
C'è una scena, in Matrix, in cui un ragazzo insegna a Neo qualcosa sul cucchiaio che sta piegando. Il senso, semplificando, è che non è l'oggetto a doversi piegare alla nostra percezione: è la nostra percezione a doversi correggere rispetto alla realtà.
Vale per il cucchiaio, e vale, identico, per i sistemi di gestione. Non è il modulo di audit che deve piegarsi alla realtà dell'azienda, compilato in modo da far quadrare tutto. È la nostra idea di cosa significhi "gestire" che deve correggersi: gestire non è documentare che qualcosa è successo, è aver ridotto, davvero, la probabilità che qualcosa vada storto. Un DVR che non nomina mai il carico da interruzione digitale non protegge nessuno dal carico da interruzione digitale, esattamente come un video verticale di tre minuti non restituirà mai, a chi lo riguarderà tra un anno, l'aria che si respirava dal vivo.
Quindi sì, al prossimo concerto puoi anche alzare il telefono. Ma prova a farlo come nell'esperimento di Henkel: con lo zoom su un dettaglio che ti interessa davvero, non con l'inquadratura larga e distratta di chi ha già smesso di guardare. E la prossima volta che qualcuno in azienda ti mostra un DVR compilato in ogni sua casella, prima di firmarlo chiediti se quel documento racconta come si lavora davvero da voi, o se è solo un'altra inquadratura larga, girata per non doversi mai fermare a guardare sul serio. È la differenza, piccola solo in apparenza, tra subire il proprio Matrix quotidiano e scegliere, consapevolmente, cosa portarne fuori.
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