SONO IN FERIE MA DIMMI

Sono in ferie ma dimmi:
la lezione di Yusuf Dikeç
sulla conoscenza organizzativa

Nota a chi legge: Yusuf Dikeç è un atleta olimpico rispettato per la sua storia sportiva e per i risultati ottenuti in oltre vent'anni di carriera. Il riferimento alla sua iconica posa di tiro, diventata virale nel 2024, è un omaggio affettuoso usato come spunto per una riflessione professionale, senza alcuna intenzione denigratoria né affiliazione con l'atleta, con le federazioni sportive o con il Comitato Olimpico coinvolti.

Metà agosto. Il periodo dell'anno in cui in azienda scende un silenzio quasi liturgico, rotto solo dal condizionatore lasciato acceso per errore e dal telefono di quella persona che "tanto lei sa sempre tutto". Ogni organizzazione, per quanto strutturata, ha un suo Yusuf Dikeç interno: qualcuno che quando il sistema va in tilt si presenta senza manuali, senza protocolli, senza bisogno che nessuno gli spieghi niente, e risolve. Il problema è che a Parigi 2024 quel qualcuno ha vinto una medaglia. Il tuo, più probabilmente, ti manderà un vocale di quarantacinque secondi dall'ombrellone, e tu gli risponderai "scusa se ti disturbo" come se il disturbo, in questa storia, lo stesse facendo tu.

L'uomo che non aveva bisogno di nulla

La foto che ha reso Dikeç un fenomeno globale non ritrae un vincitore che esulta. Ritrae un uomo fermo, quasi annoiato, con la mano libera in tasca, i suoi normalissimi occhiali da vista e due piccoli tappi gialli nelle orecchie, mentre intorno a lui gli altri concorrenti sfoggiavano lenti stroboscopiche, paraocchi professionali e giacche tecniche da tiro. Nessuna attrezzatura specialistica, nessun accessorio a compensare qualcosa: solo un uomo, una pistola e un bersaglio a dieci metri, in un contesto dove tutti gli altri sembravano vestiti per andare sulla Luna e lui sembrava uscito a comprare il pane. Ed è arrivato secondo al mondo.

Non era un debuttante fortunato capitato lì per caso. Ed è qui che il meme, da solo, comincia a raccontare solo metà della storia: quella nonchalance non è nata quel pomeriggio a Parigi. È il prodotto finale di un processo molto più lungo e molto meno fotogenico, che vale la pena guardare da vicino prima di trarre conclusioni facili.

LA CARRIERA, IN BREVE

Yusuf Dikeç nasce il 1° gennaio 1973 a Taşoluk, un villaggio del distretto di Göksun, in Turchia. Diventa sottufficiale della Gendarmeria turca e comincia a gareggiare nel tiro a segno nel 2001, a 28 anni suonati: non un prodigio precoce, ma un militare che scopre tardi la propria disciplina. Nel 2006 stabilisce un record del mondo nella pistola 25 metri a fuoco centrale ai Campionati Mondiali Militari di Rena, in Norvegia. Da lì, cinque Olimpiadi consecutive: Pechino 2008, Londra 2012, Rio 2016, Tokyo 2020 e Parigi 2024, oltre a diversi titoli mondiali ed europei nel frattempo.

La medaglia d'argento di Parigi, nella gara a squadre miste 10 metri pistola ad aria compressa insieme a Şevval İlayda Tarhan, arriva alla quinta Olimpiade e a 51 anni: la prima medaglia olimpica della Turchia nel tiro sportivo, e la sua prima medaglia personale dopo vent'anni di carriera internazionale. La calma con cui l'ha vinta non è improvvisazione. È la forma che assume una competenza quando è stata ripetuta per due decenni, fino a diventare invisibile a chi la esegue.

La differenza tra un campione e un sistema che funziona è che il campione può permettersi di dipendere solo da se stesso. Un'azienda no, e nessuno gliel'ha mai spiegato con altrettanta chiarezza.

Il sapere che vive solo in una testa

In ogni azienda esiste un Dikeç locale: quello che sa fare tutto da solo, il factotum che tiene in piedi mezzo reparto senza mai un vero cambio turno. Chiamiamolo Mario, come l'idraulico che sistema ogni guaio senza aspettare rinforzi. Mario sa a memoria la password del vecchio gestionale che nessuno ha mai riscritto in un documento. Sa quale fornitore risponde davvero al telefono e quale scompare misteriosamente dopo la firma del contratto, come certi personaggi secondari nei film. Sa come far ripartire il macchinario numero tre dopo un blackout, con quella sequenza di tre pulsanti che non è scritta da nessuna parte perché, semplicemente, non c'è mai stato il tempo di scriverla, e ora è troppo tardi perché "tanto lo sa già fare Mario". Mario non è un problema aziendale. Mario è, quasi sempre, la persona più competente della stanza. Il problema è che tutta quella competenza vive esclusivamente nella sua testa, esattamente come il gesto di Dikeç vive esclusivamente nel suo braccio, dopo vent'anni di allenamento che nessuno può prendere in prestito.

Le norme sui sistemi di gestione hanno un nome preciso per questo fenomeno, e non è un caso che sia comparso relativamente tardi nei requisiti: conoscenza organizzativa. Non è un capitolo decorativo aggiunto per allungare il manuale qualità. È il riconoscimento esplicito che un'organizzazione, a differenza di un singolo atleta, non può permettersi che il proprio funzionamento dipenda dalla memoria di una sola persona, per quanto quella persona sia brava, leale e disposta a rispondere al telefono anche il 15 agosto.

RIFERIMENTO NORMATIVO 1

UNI EN ISO 9001:2015 - punto 7.1.6 "Conoscenza organizzativa"

L'organizzazione deve determinare le conoscenze necessarie per il funzionamento dei propri processi e per il conseguimento della conformità di prodotti e servizi. Tali conoscenze devono essere mantenute e messe a disposizione nella misura necessaria. Nell'affrontare le esigenze e le tendenze in cambiamento, l'organizzazione deve valutare le proprie conoscenze attuali e determinare come acquisire o rendere accessibili le conoscenze aggiuntive necessarie e gli aggiornamenti richiesti.

La Nota 1 del punto precisa che la conoscenza organizzativa è specifica dell'organizzazione stessa e viene generalmente acquisita con l'esperienza: un patrimonio da usare e condividere per raggiungere gli obiettivi dell'organizzazione, non da custodire in un'unica testa.

Tradotto dal linguaggio normativo a quello da corridoio: se solo Mario sa come si fa una cosa critica per l'azienda, quella non è competenza aziendale. È un rischio con nome, cognome e prenotazione balneare, che va in ferie ad agosto e potrebbe, in teoria, non tornare più. E la norma non chiede di sospettare di Mario. Chiede di non scommetterci sopra l'intera azienda.

Perché Mario non è Yusuf Dikeç

Qui arriva il punto che il meme, per quanto perfetto, non può raccontare da solo. L'autosufficienza di Dikeç funziona perché lo sport individuale ha una caratteristica precisa: l'obiettivo è un gesto personale, irripetibile da altri per definizione, e nessuno ha mai avuto bisogno di replicarlo al posto suo. Se Dikeç si fosse infortunato la vigilia della gara, la Turchia avrebbe perso una possibilità di medaglia. Il tiro a segno, come disciplina, non avrebbe perso nulla: qualcun altro avrebbe gareggiato, con la propria tecnica e i propri strumenti, e la gara si sarebbe comunque disputata.

Un'organizzazione esiste per il motivo esattamente opposto. Non serve a produrre un gesto irripetibile di un singolo: serve a garantire che un processo si ripeta, con lo stesso risultato, indipendentemente da chi sia in turno quel giorno, da chi sia in malattia, da chi abbia prenotato due settimane a Ferragosto con tanto di fuori-busta pagato in anticipo. Se Mario si ammala, si licenzia o semplicemente decide di godersi le ferie senza rispondere al telefono, l'azienda non perde una possibilità di medaglia. Perde il processo stesso, perché quel processo non è mai davvero esistito come processo aziendale. È sempre stata solo l'abitudine di una persona, spacciata per organizzazione.

È esattamente il rischio che il punto 7.1.6 prova a intercettare prima che diventi un'emergenza vera: non il talento di Mario, che va anzi riconosciuto e valorizzato, ma la sua intrasferibilità. E qui la legge italiana, su un fronte specifico, era arrivata prima delle norme volontarie.

RIFERIMENTO NORMATIVO 2

D.Lgs. 81/2008 - art. 18, comma 1, lettera b)

Il datore di lavoro deve "designare preventivamente i lavoratori incaricati dell'attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave e immediato, di salvataggio, di primo soccorso e, comunque, di gestione dell'emergenza".

Da notare: la norma dice "lavoratori", plurale. Il legislatore, già nel 2008, aveva capito che la gestione di un'emergenza non può dipendere dalla presenza fisica di una sola persona quel giorno, in quel turno. Se questo vale per chi deve gestire un incendio, dovrebbe valere anche per chi gestisce l'unico contatto con il fornitore critico.

Cosa fare prima che finisca la carta igienica

C'è un dettaglio che il caso Dikeç, da solo, non riesce a spiegare fino in fondo. Nella vita reale Mario non gestisce solo la password del gestionale o la sequenza segreta per far ripartire il macchinario numero tre. Mario, prima o poi, finisce per sapere anche dove sta la scorta di carta igienica, quale interruttore spegne l'allarme che suona senza motivo dal 2019, e chi ha le chiavi del magazzino il sabato mattina. Non perché sia scritto in nessuna job description. Perché in assenza di qualunque sistema, tutto quello che nessun altro si è mai preso la briga di imparare finisce comunque per ricadere su di lui. Ed è proprio questa la forma più bassa, e più rivelatrice, di conoscenza organizzativa: non il know-how strategico da proteggere con cura, ma la banalità operativa che nessuno ha mai pensato di mettere per iscritto, e che infatti, quando Mario è in ferie, manda in crisi l'ufficio con la stessa efficacia di un blackout in produzione.

Alcuni passi concreti, applicabili senza aspettare il prossimo audit per accorgersene, e senza bisogno di un budget da trasformazione digitale:

1Mappa le conoscenze critiche. Non solo quelle informatiche: anche i fornitori che rispondono solo a una persona, le procedure informali, i contatti mai passati a nessun altro. Se la mappa esiste solo nella testa di chi la sta compilando, non hai ancora fatto nulla.

2Documenta il "come", non solo il "cosa". Le procedure teoriche del manuale qualità mai letto da nessuno non contano niente. Conta la sequenza reale di azioni che Mario esegue senza pensarci, quella che lui stesso fatica a spiegare perché per lui è ovvia.

3Prevedi una controparte per ogni ruolo critico. Come impone la legge per gli addetti alle emergenze. Se la sicurezza sul lavoro non si affida a un solo eroe con la pistola in mano, non dovrebbe farlo nemmeno il reparto commerciale.

4Testa il trasferimento, non limitarti a scriverlo. Verifica che un collega diverso sappia davvero eseguire il compito, non che esista un PDF che nessuno apre da tre anni, salvato in una cartella che si chiama "definitivo_finale_v2".

5Tratta le ferie come un rischio da pianificare, non come un imprevisto atmosferico. Se un'assenza prenotata da mesi manda in crisi un reparto, il problema non è la persona in ferie. È il sistema che ha finto per un anno intero che quella persona fosse sostituibile, senza mai verificarlo davvero.

Yusuf Dikeç ha vinto una medaglia dimostrando che, quando la competenza è tua e solo tua, costruita in vent'anni di allenamento, non hai bisogno di nient'altro. È una delle immagini più belle dello sport recente, e resta tale, senza bisogno di essere ridimensionata. Ma se la tua azienda funziona secondo lo stesso principio, una sola persona, senza supporti, senza sostituti, senza niente scritto da nessuna parte, allora non hai un campione in casa. Hai un rischio operativo in maglietta bianca, con una mano in tasca, che ad agosto risponde ancora al telefono per abitudine, non perché il sistema glielo chieda.

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