È già il 2 maggio
Adriano Olivetti, i sistemi di gestione e il giorno in cui il lavoro smette di essere retorica
È
I discorsi sul lavoro sono stati fatti. I concerti si sono conclusi. I post sui social con la foto d'archivio in bianco e nero hanno raccolto i loro like. E adesso, nel silenzio del 2 maggio, ricomincia il tempo in cui il lavoro non si celebra: si gestisce.
Questo articolo è volutamente in ritardo di qualche ora rispetto al tema. Perché il punto non è parlare di lavoro il giorno in cui tutti lo fanno. Il punto è chiedersi cosa rimane quando la festa è finita - e chi, concretamente, costruisce le condizioni perché il lavoro sia sicuro, equo e sostenibile nei trecentosessantaquattro giorni che nessuno commemora.
La risposta è meno poetica di una canzone di De André e più utile di uno striscione. Si chiama sistema di gestione.
E so già cosa stai pensando.
"Ah sì, la carta. Le procedure. Le registrazioni. L'audit. La roba da consulente."
Giusto. Quella roba lì. Che però, quando è progettata bene e applicata con coerenza, non è roba da consulente: è l'infrastruttura che rende il lavoro sostenibile, ripetibile e dignitoso nel tempo.
Adriano Olivetti non ha mai compilato un modulo ISO 9001. Non perché fosse disorganizzato, semmai il contrario, ma perché quei moduli non esistevano ancora. Eppure, nella prima metà del Novecento, a Ivrea, ha costruito qualcosa che oggi chiamiamo "sistema integrato di gestione" senza saperlo.
Ha costruito asili nido per i figli degli operai. Ha progettato edifici industriali con luce naturale, mense, biblioteche, servizi sociali interni. Ha introdotto la settimana lavorativa di 45 ore quando la norma era 48. Ha creato un sistema di welfare aziendale che anticipava di trent'anni quello che oggi la SA8000 e la UNI/PdR 125 cercano di codificare in requisiti verificabili.
Non come effetto collaterale della gentilezza, ma come risultato diretto di una scelta organizzativa precisa.
Suona familiare?
Oggi quella tesi non viene più affidata alla visione di un singolo imprenditore illuminato. Viene codificata. Viene certificata. Viene auditata.
È meno romantico, sì. Ma è molto più scalabile.
Facciamo il giro dei principali standard - perché vale la pena vederli insieme, per una volta, invece di trattarli come compartimenti stagni.
La qualità non è lo strato di vernice finale. È la struttura portante. Un sistema di gestione della qualità ben implementato garantisce che i processi siano affidabili, che il cliente riceva quello che si aspetta, che l'impresa non lavori a correre dietro agli errori. Olivetti lo sapeva: una Lettera 22 che si inceppava non era un problema tecnico isolato, era un problema di processo.
Un'impresa che distrugge l'ambiente in cui opera non prospera: si consuma. La gestione ambientale non è un adempimento ecologico di facciata. È la presa d'atto che le risorse naturali fanno parte del sistema produttivo e che gestirle bene significa garantirsi un futuro operativo. Olivetti costruì Ivrea cercando di non rompere il paesaggio. Non era ambientalismo: era visione industriale a lungo termine.
La salute e la sicurezza non si gestiscono con i cartelli "Attenzione: pavimento bagnato". Si gestiscono con un sistema che identifica i rischi prima che si trasformino in infortuni, che coinvolge i lavoratori nella prevenzione, che misura e migliora. Un lavoratore infortunato è una perdita umana prima ancora che un costo per l'impresa. Olivetti aveva capito che il benessere fisico delle persone non era un costo da minimizzare: era una condizione abilitante per tutto il resto.
La corruzione non è solo un problema legale. È un problema di efficienza. Quando le gare si vincono con le buste e non con la qualità, il mercato si distorce e le imprese che lavorano bene vengono penalizzate. Un sistema anti-corruzione non è un atto di virtù astratta: è una scelta competitiva. Olivetti costruì la sua reputazione industriale rifiutando esattamente questa distorsione.
Lo standard sulla responsabilità sociale certificabile. Lavoro minorile, lavoro forzato, orari di lavoro, retribuzione equa, diritto di associazione. Sono i requisiti minimi di un'impresa che si vuole definire civile. Olivetti pagava stipendi sopra la media del settore, garantiva servizi che i lavoratori non potevano permettersi individualmente, e lo faceva non per filantropia ma perché sapeva che un lavoratore trattato bene porta più valore di uno sfruttato fino all'osso.
La parità di genere in azienda, con i suoi KPI su gap salariale, carriere, conciliazione vita-lavoro. Olivetti assunse donne in posizioni di rilievo quando era tutt'altro che scontato. Non era avanguardismo ideologico: era la conseguenza logica di non voler escludere metà del potenziale umano disponibile.
Il Modello di Organizzazione e Gestione non è una polizza assicurativa contro i reati. È il riconoscimento che un'impresa organizzata, con processi tracciati, responsabilità definite e un sistema di controllo interno funzionante, ha meno probabilità di produrre comportamenti illeciti, non perché le persone siano più buone, ma perché il sistema non crea le condizioni per cui convenga comportarsi male. Olivetti non si fidava ciecamente delle persone: si fidava dei sistemi che aveva costruito per far emergere il meglio dalle persone.
Il problema non è che i sistemi di gestione siano carta. Il problema è quando diventano soltanto carta.
Quando la procedura esiste per superare l'audit e non per governare il processo. Quando il documento è firmato ma nessuno sa dove sta. Quando l'obiettivo di miglioramento è scritto nel manuale qualità e ignorato nel budget. Quando la valutazione dei rischi è un template copiato da internet con i nomi cambiati.
In quei casi, sì: è solo carta. Ma la colpa non è dello standard. È di chi l'ha applicato come un adempimento invece di usarlo come uno strumento.
Olivetti non aveva un sistema di gestione certificato. Aveva qualcosa di più difficile da replicare: la convinzione che costruire un'impresa bene fosse la stessa cosa che costruirla per durare. I sistemi di gestione sono il tentativo, imperfetto, burocratico, a volte frustrante, di rendere quella convinzione un processo verificabile anche quando non c'è un Olivetti in cima all'organigramma.
Ed è per questo che, paradossalmente, hanno senso.
Il Primo Maggio è finito. E adesso comincia la parte difficile: non celebrare il lavoro, ma governarlo.
Tra i processi da mappare, i rischi da valutare, gli obiettivi da monitorare e le non conformità da chiudere, si fa il lavoro vero: quello di costruire un'organizzazione in cui lavorare abbia senso, sia sicuro, sia equo - e in cui l'impresa possa prosperare proprio perché queste condizioni esistono, non nonostante esse.
Adriano Olivetti aveva un nome per questa idea. La chiamava "comunità".
Noi oggi abbiamo un numero di norma. Più d'uno, a dire il vero.
Non è la stessa cosa. Ma è il meglio che riusciamo a fare su scala industriale.
Il Primo Maggio si commemora. Il 2 maggio si apre il gestionale, si aggiorna il registro delle prescrizioni legali e si pianifica il prossimo audit interno.
Buon lavoro, nel senso più letterale possibile.
Olivetti aveva ragione su quasi tutto. Eppure l'azienda non esiste più. Il welfare è sparito il giorno dopo la sua morte. La divisione elettronica, quella che aveva già inventato il personal computer, è stata ceduta. E il mercato del futuro è stato abbandonato volontariamente da chi era già dentro.
Come si fa ad avere così tanta visione e lasciarla morire con te? E cosa c'entrano i sistemi di gestione con questa domanda?
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