"VOGLIO UNA VITA SPERICOLATA". In alcune aziende, è ancora il documento di valutazione dei rischi.

 

"VOGLIO UNA VITA SPERICOLATA"

Vasco Rossi, 1983. In alcune aziende, è ancora il documento di valutazione dei rischi.

Near miss, ISO 45001 e la cultura della segnalazione, ovvero perché "quasi" è la parola più importante che nessuno vuole scrivere su un modulo.


Vasco Rossi la scrisse nel 1983. Voglio una vita come Steve McQueen, voglio una vita spericolata. Era un inno generazionale, una dichiarazione di libertà, uno schiaffo al perbenismo. Bellissima canzone. Pessima politica aziendale per la sicurezza sul lavoro.

Eppure, in un numero imbarazzante di aziende italiane, quella filosofia, non scritta, mai dichiarata, ma concretamente praticata, governa ancora il modo in cui si gestisce il rischio quotidiano. Non con le moto e il rock'n'roll, ma con qualcosa di molto più banale e molto più pericoloso: il silenzio.

C'è una scena che si ripete ogni giorno in migliaia di luoghi di lavoro. Un lavoratore torna a casa, si siede a cena e racconta alla moglie: "Stamattina quasi ci lasciavo la mano nella pressa." La moglie trasecola. Lui sorride. "Ma no, tranquilla, mi sono spostato in tempo." Fine della storia. Nessuna segnalazione, nessun modulo compilato, nessun responsabile informato. Solo un aneddoto da raccontare, magari con una certa dose di orgoglio per averla scampata.

Quello appena descritto si chiama near miss, o mancato infortunio. Ed è, paradossalmente, una delle informazioni più preziose che un sistema di gestione della salute e sicurezza possa raccogliere. Eppure è anche la più sistematicamente ignorata, nascosta, sminuita. Trasformata in aneddoto. Evaporata nel nulla prima ancora di diventare dato.

Proviamo a capire perché e cosa dice davvero la norma.


Il triangolo che nessuno vuole disegnare

Nel 1931, l'ingegnere americano Herbert William Heinrich pubblicò uno studio che avrebbe cambiato il modo di pensare alla sicurezza sul lavoro. Analizzando 75.000 casi di infortuni, arrivò a una proporzione diventata celebre: per ogni infortunio grave, ve ne sono 29 lievi e ben 300 incidenti senza lesioni — quelli che oggi chiamiamo near miss.

La piramide di Heinrich, con le successive revisioni di Bird (1969) e altri, ha generato decenni di dibattiti accademici sulle proporzioni esatte. Ma il messaggio di fondo regge ancora: gli infortuni gravi non cadono dal cielo. Sono la cima di una piramide il cui basamento invisibile è fatto di eventi minori, quasi-incidenti e condizioni pericolose che si ripetono ogni giorno senza conseguenze immediate.

Il near miss è un segnale. Un campanello d'allarme. Un sistema che ti dice: "Questa volta è andata. La prossima, non è detto."

Approfondimento:  Il caso Boeing 737 MAX: quando i near miss diventano catastrofe

Tra il 2018 e il 2019, due disastri aerei, il volo Lion Air 610 e il volo Ethiopian Airlines 302, causarono la morte di 346 persone. Entrambi coinvolgevano il Boeing 737 MAX. Entrambi erano causati dal malfunzionamento del sistema MCAS, un software di controllo del volo introdotto senza adeguata formazione per i piloti.

Le indagini successive rivelarono qualcosa di agghiacciante: i segnali di allarme esistevano. Piloti avevano segnalato comportamenti anomali del sistema. Ingegneri interni avevano espresso preoccupazioni documentate. I dati di volo mostravano pattern ricorrenti. Erano near miss sistemici, non di un singolo volo, ma dell'intero processo di sviluppo e certificazione del velivolo.

Nessuno di questi segnali aveva generato un'azione correttiva adeguata prima dei due incidenti. La lezione è brutale nella sua semplicità: i near miss non segnalati, o segnalati e ignorati, non scompaiono. Si accumulano, finché il sistema non trova il modo di farseli sentire in modo molto meno gentile.

L'aviazione civile, proprio per questo, ha sviluppato una cultura della segnalazione tra le più avanzate al mondo. Ogni deviazione dalla procedura, ogni avvicinamento anomalo in pista, ogni configurazione inattesa viene segnalata, analizzata, archiviata in banche dati internazionali. Il sistema di reporting è anonimo, protetto, culturalmente incentivato. Perché il settore ha imparato, pagando un prezzo altissimo, che un disastro non è mai un evento isolato: è il risultato finale di una catena di segnali ignorati.

In officina, nel magazzino, nel cantiere, quel campanello suona ogni giorno. E ogni giorno qualcuno lo spegne con un gesto della mano e un sorriso da Steve McQueen.


Cosa dice ISO 45001, senza girarci intorno

La norma ISO 45001:2018 è chiara, anche se non sempre lo sembra a una prima lettura superficiale. Vediamo i punti che contano davvero.

Riferimenti normativi — ISO 45001:2018

§ 3.35 - Definizione di "incidente"
La norma definisce "incidente" qualsiasi evento connesso al lavoro che ha provocato o avrebbe potuto provocare lesioni e malattie professionali. Il near miss rientra esplicitamente in questa definizione: non serve che qualcuno si faccia male perché l'evento sia rilevante per il sistema.

§ 6.1.2 - Identificazione dei pericoli e valutazione dei rischi
L'organizzazione deve identificare i pericoli in modo proattivo, inclusi quelli emersi da eventi passati: infortuni, near miss, malattie professionali. Non si registra solo ciò che è già successo: si costruisce un processo continuo di rilevazione.

§ 10.2 - Incidenti, non conformità e azioni correttive
Per ogni incidente (near miss incluso) la norma richiede: indagine per determinare cause e fattori contribuenti; determinazione della necessità di azioni correttive; comunicazione dei risultati alle parti interessate; valutazione dell'efficacia delle azioni intraprese. Non è un menu à la carte: è un processo obbligatorio.

§ 7.4 - Comunicazione
I lavoratori devono poter segnalare pericoli, incidenti e near miss senza timore di ritorsioni. L'organizzazione deve garantire che i meccanismi di comunicazione siano accessibili e che non esistano, né espliciti né impliciti, disincentivi alla segnalazione.

In sintesi: ISO 45001 non lascia spazio alla discrezionalità. Il near miss non è un'opzione, non è qualcosa che si segnala "quando c'è tempo" o "quando è abbastanza grave". È un dato di sistema. Un input obbligatorio per il ciclo di miglioramento. Chi gestisce un sistema certificato e lo tratta diversamente non ha un problema di cultura aziendale: ha una non conformità.


Perché non viene segnalato, le vere ragioni

Qui bisogna essere onesti, senza moralismi. Le ragioni per cui i near miss non vengono segnalati sono comprensibili, nel senso che si capisce perché esistono, anche se non le si può accettare.

La filosofia aziendale non dichiarata

Vasco cantava "voglio una vita come Steve McQueen". Steve McQueen era un attore famoso per guidare macchine a velocità folli, fare le proprie acrobazie e vivere senza rete di sicurezza. Morì a 50 anni di mesotelioma pleurale, un tumore causato dall'esposizione all'amianto durante il servizio militare. Non esattamente l'icona di sicurezza sul lavoro che ci aspetteremmo.

La cultura del "ce la faccio da solo", del "non mi è successo niente quindi va bene", del "se lo segnalo mi prendono per il rompiscatole del reparto" è la versione operativa di quella canzone. Bellissima come inno. Devastante come modello organizzativo.

Dal lato del lavoratore

Paura di essere incolpato. Segnalare un near miss significa ammettere di essere stato in una situazione rischiosa. In molte organizzazioni, questo si traduce automaticamente in: "perché eri lì? Perché non hai seguito la procedura?" Il lavoratore lo sa. E tace.

La cultura del "ci vuole fortuna". Nei contesti in cui la sicurezza è percepita come una questione di fortuna individuale piuttosto che di sistema, il near miss viene vissuto come un episodio da dimenticare. "Me la sono cavata, non ne parliamo più."

La fatica burocratica. Se il modulo di segnalazione è lungo tre pagine, richiede firme di quattro figure aziendali e genera automaticamente una riunione, il lavoratore farà un calcolo pragmatico: il gioco non vale la candela. La segnalazione deve essere semplice, accessibile, rapida.

Dal lato del datore di lavoro

La paura delle conseguenze legali. Molti imprenditori, specialmente nelle piccole imprese, temono che documentare un near miss significhi costruirsi la forca. Questa è una lettura sbagliata sia dal punto di vista normativo sia da quello pratico: un sistema di segnalazione ben strutturato dimostra la diligenza dell'organizzazione, non la sua negligenza. Ma la paura, spesso, supera la razionalità.

Il costo percepito dell'azione. Se un near miss viene segnalato, bisogna fare qualcosa. Bisogna indagare, modificare una procedura, magari fermare una macchina. In un'ottica di breve periodo, è un costo. In un'ottica di medio periodo, è un investimento. Ma il breve periodo, si sa, vince quasi sempre.

Il messaggio implicito: "non segnalare". Questo è il più subdolo. Nessuno lo dice esplicitamente. Ma se chi segnala viene convocato in ufficio con un tono accusatorio, se le segnalazioni spariscono nel nulla senza mai generare un'azione visibile, se il responsabile risponde con un'alzata di spalle, il messaggio è chiarissimo. La cultura aziendale parla più forte di qualsiasi procedura scritta.

— Il Manuale del Perfetto Ignoratore di Near Miss —

(uso interno — non distribuire agli auditor)

Regola n. 1: La filosofia dell'invisibile
Se non l'hai scritto, non è successo. Questo vale per i near miss esattamente come per le spese di rappresentanza senza scontrino. Il registro rimasto vuoto è la prova della tua eccellenza gestionale.

Regola n. 2: Il principio della minimizzazione attiva
Di fronte a qualsiasi segnalazione, la risposta corretta è: "Tanto non si è fatto niente." Questo funziona anche con gli auditor, almeno fino al momento in cui non funziona più.

Regola n. 3: La gestione del lavoratore zelante
Se qualcuno insiste a segnalare, fallo sentire il rompiscatole del reparto. Non serve essere espliciti: un'alzata di sopracciglio, un silenzio prolungato, un "ne riparliamo" che non porta da nessuna parte sono strumenti ugualmente efficaci.

Regola n. 4: Il metodo della documentazione apparente
Se proprio devi avere un registro, compilalo con tre voci all'anno: due scivolate sulla scala (stagione invernale) e una porta che si è chiusa sul pollice. Questo dimostra che il sistema esiste. Che funzioni è un dettaglio secondario.

Regola n. 5: La risposta all'auditor curioso
Quando ti chiedono perché il registro è quasi vuoto, la risposta è: "Da noi la sicurezza è una cultura." Pronuncialo con tono solenne. Funziona sorprendentemente spesso, finché non arriva qualcuno che chiede i dati di dettaglio.

Ironia a parte: ognuna di queste "regole" descrive comportamenti reali, documentati in letteratura e riscontrabili in audit. Se ti sei riconosciuto in almeno una, questo articolo è per te.


Il paradosso: il dato più prezioso è quello che manca

Proviamo a ribaltare la prospettiva. Un infortunio già verificato è, in un certo senso, un'occasione perduta. Il danno è fatto: fisico, economico, legale, umano. L'analisi delle cause serve a non ripeterlo, ma il prezzo è già stato pagato.

Un near miss è qualcosa di radicalmente diverso. È un infortunio che non è ancora avvenuto. Un sistema che ti dice, gratuitamente e in anticipo: "Qui c'è un problema. Hai ancora tempo per risolverlo."

In un sistema di gestione maturo, ogni near miss è un regalo. Non nel senso che fa piacere riceverlo, ma nel senso che contiene informazioni che nessun audit, nessuna checklist preventiva e nessuna valutazione del rischio a tavolino riesce a catturare con la stessa precisione. È la realtà del processo che parla, senza filtri, senza mediazioni.

"Un'organizzazione che registra zero near miss non è necessariamente più sicura delle altre. Potrebbe semplicemente essere più brava a non segnalarli."
— Osservazione ricorrente in letteratura sulla sicurezza organizzativa

Un near miss non segnalato è peggio di un near miss ignorato: non è nemmeno visibile. Non esiste. Il sistema non lo vede, non può reagire, non può apprendere. E quando l'evento che il near miss stava annunciando si materializza — questa volta con conseguenze — ci si chiede come sia potuto succedere. La risposta, quasi sempre, è semplice: era stato annunciato. Solo che nessuno lo aveva scritto da nessuna parte.


Come costruire una cultura della segnalazione, cosa funziona davvero

Premessa necessaria: non esiste una soluzione tecnica a un problema culturale. Un nuovo modulo di segnalazione non cambia nulla se il contesto in cui viene usato rimane ostile alla trasparenza. Detto questo, ci sono azioni concrete che fanno la differenza.

1. Separare la segnalazione dalla ricerca del colpevole

Il processo di segnalazione e analisi di un near miss deve essere strutturalmente separato da qualsiasi procedura disciplinare. La prima domanda non è "chi è stato?" ma "cosa ha permesso che succedesse?" La differenza non è semantica: è il fondamento di qualsiasi sistema di sicurezza che funzioni.

2. Rendere la segnalazione semplice, davvero

Il modulo deve raccogliere l'essenziale: cosa è successo, dove, quando, quali condizioni erano presenti, quali conseguenze ci sarebbero potute essere. Non deve essere un'indagine penale. In alcune realtà funzionano bene i sistemi di segnalazione anonima, soprattutto nelle fasi iniziali, quando la fiducia nel sistema non è ancora consolidata.

3. Chiudere il ciclo, sempre, visibilmente

I lavoratori segnalano una, due, tre volte. Non vedono nulla cambiare. Smettono di segnalare. Fine del sistema. Per ogni near miss deve esserci una risposta visibile: un'azione intrapresa, o almeno una spiegazione del perché non ne è stata intrapresa una. Non necessariamente una rivoluzione, a volte basta spostare un macchinario o aggiungere una segnaletica. Ma il lavoratore che ha segnalato deve vedere che qualcosa è cambiato.

4. Analizzare le cause, non gli effetti

L'analisi deve andare in profondità. Non basta constatare che "il lavoratore si è avvicinato troppo alla macchina". Bisogna chiedersi perché — con la tecnica dei 5 Whys, con il diagramma di Ishikawa o con l'analisi delle barriere. Spesso si scopre che la causa reale non è il comportamento del singolo, ma una combinazione di fattori organizzativi: formazione insufficiente, procedure non realistiche, pressioni sui tempi di produzione, manutenzione carente. ISO 45001 al § 10.2 richiede esplicitamente di determinare le cause del near miss e i fattori contribuenti. Non è un invito facoltativo.

La domanda che l'auditor dovrebbe fare

Se stai conducendo un audit — interno o di terza parte — c'è una verifica che vale più di mille checklist: il rapporto tra dimensione dell'organizzazione, tipologia di rischio e numero di near miss registrati nel periodo in esame.

Un'azienda manifatturiera con 80 dipendenti, lavorazioni a rischio medio-alto e zero near miss segnalati nell'ultimo anno non è una realtà eccezionalmente sicura. È quasi certamente una realtà in cui il sistema di segnalazione non funziona — o in cui esiste una pressione implicita a non segnalare.

La domanda giusta da fare in audit non è "avete il registro dei near miss?" (quasi tutti ce l'hanno). È "quanti near miss avete registrato negli ultimi dodici mesi, e cosa è cambiato in azienda a seguito di ciascuno?"

ISO 19011:2018 ricorda che l'obiettivo dell'audit non è verificare la presenza di documenti, ma valutare l'efficacia del sistema. Un registro near miss vuoto, in un contesto ad alto rischio, è un dato. E parla abbastanza chiaramente. Richiede una non conformità di sistema, non una nota a margine.


Il "quasi" costa meno del "purtroppo"

Vasco, nella stessa canzone, cantava anche: "voglio una vita che non è mai tardi". È una frase bellissima per un ventenne con una chitarra in mano. È una frase pericolosa applicata alla sicurezza sul lavoro, perché in sicurezza, a volte, tardi lo si diventa in un secondo e non si torna indietro.

I segnali si accumulano. Le probabilità non si azzerano perché si decide di ignorarle. Il "quasi" di oggi, non gestito, diventa il "purtroppo" di domani.

Gestire un near miss costa qualche ora di analisi e qualche azione correttiva. Gestire un infortunio grave costa settimane di fermo produttivo, spese legali, procedimenti penali, danni alla reputazione, e soprattutto, il peso di sapere che si sarebbe potuto evitare. Non è una questione di conformità normativa: è una questione di buon senso.

La prossima volta che un lavoratore dice "niente, quasi quasi mi ammazzavo", la risposta giusta non è un'alzata di spalle. È una penna, un modulo e una domanda seria: "Raccontami cosa è successo."

Il sistema lo prevede. La norma lo richiede. E la persona di fronte a te lo merita.

Vasco nel 1983 poteva permettersi di non saperlo. Nel 2025, chi gestisce un'organizzazione non ha questa scusa.


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